| Scritto da Angelo Crovace | |
| sabato 04 aprile 2009 | |
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Giovedì 21 maggio ore 18.00
Ceglie Messapica, atrio casa comunale
Tra letteratura e storia.
Studi in onore di Rosario Jurlaro
a cura di Mario Spedicato
L'Amministrazione Comunale di Ceglie Messapica organizza per giovedì 21 maggio alle ore 18.00, presso l'atrio della casa comunale, la presentazione del volume “Tra Letteratura e Storia - Studi in onore di Rosario Jurlaro” a cura del Prof. Mario Spedicato docente di Storia Moderna presso l'Università del Salento e Presidente della Società Storia Patria di Lecce.
La pubblicazione, attraverso 24 saggi di noti studiosi, vuole rendere omaggio alla lunga attività di ricerca scientifica svolta dal Prof. Rosario Jurlaro.
Tra i saggi segnalo quelli di due studiosi cegliesi:
M.A. Epifani "OLTRE LA LINGUA. L'UNIVERSO POETICO DI PIETRO GATTI"
G.S.MInghetti" IL CONTENZIOSO TRA IL PRINCIPE DENTICE DI FRASSO E GLI ABITANTI DI SAN VITO DEI NORMANNI"
Damiano Leo,
in occasione dello scempio perpetrato ai danni dei Trulli di Picoco, sulla Via di Martina (vecchio proprietario il dr. Ligorio),
ha scritto una poesia in dialetto cegliese
"U Chjande de li Casiedde di Picoco - Il Pianto dei Trulli di Picoco",
leggibile secondo due grafie:
- quella vicina agli scritti di Pietro Gatti e
- quella conforme alle indicazioni di Profili Linguistici delle Regioni-Puglia di Sobrero e Tempesta.
Venerdì 24 aprile ore 19.00 si è tenuto a Ceglie Messapica presso la Biblioteca Comunale il convegno:
Origine e trasformazione del dialetto cegliese
Con gli interventi di: Domenico Epicoco, Vito Antonio Leuzzi
Lions Club di Ceglie Messapica, Alto salento
Patrocinio del Comune di Ceglie Messapica
Quanne u suspiru mije t'à cchiamate,
stasere, i o varcunciedde t'à ffacciate,
cudu rise de uecchje come a stelle,
o scure t'à llusciute, amoru bbelle.
Na strende m'agghje 'ndise atturne o core
de fueche. Na u fa cchjù, ca pozze more.
PIETRO GATTI
È MORTO IERI GIORNALISTA, POETA, SAGGISTA. AVEVA 73 ANNI
Custodero, cuore e penna per la sua Puglia
di RAFFAELE NIGRO
La Gazzetta del Mezzogiorno 16/02/09
• Si è spento ieri Gianni Custodero. Era nato a Fasano nel 1936, ma viveva a Bari. Per tutta la vita ha coltivato l’amore e la riscoperta della Puglia storica, letteraria, tradizionale. Con questo spirito ha collaborato per decenni alla «Gazzetta»: alla famiglia le condoglianze di tutti noi.
«Gianni non è capace di fare male a una mosca manco col picchietto», disse un giorno Vittorio Fiore parlando di Custodero, al quale lo legava la passione per il meridionalismo e per il socialismo. Si erano conosciuti al tempo in cui suo padre, Tommaso aveva scritto una prefazione alle Cronache provinciali di Gianni, un libro che si accostava alle indagini sociali condotte da Fiore nei Formiconi di Puglia. Una passione per il territorio e per i microcosmi regionali espressa dall’anno precedente in Fasano è così, e continuata poi in reportage, bozzetti paesani e studi appassionati di figure del panorama culturale pugliese, come La mia Puglia del 1969, La scuola di Notar Domenico del 1974, Gustavo Meyer Graz e Il Mezzogiorno tra Giolitti e il Fascismo entrambi pubblicati negli anni Ottanta.
La posizione politica di Custodero era chiara, aveva come sponde il comunismo di don Tommaso e il cristianesimo di Moro, per il quale raccolse nel 1978 in un appassionato Ricordo le delibere regionali succedute ai tragici fatti di via Fani.
Bisognava raccontare intanto la terra e la fatica, i braccianti, la cultura del vicolo e della miseria e insieme la bellezza della Puglia e soprattutto i suoi uomini, che l’avevano fatta ricca e fascinosa. Fedele a questa linea, Custodero è stato uno dei primi a occuparsi della letteratura di casa sua e nel 1982, sulla scorta di Michele Dell’Aquila, pubblica Puglia letteraria nel ‘900 con Longo di Ravenna. Entravano in quel volume le cronache letterarie di vent’anni, recensioni e tentativi di storicizzazione di una materia ancora calda e che la diceva lunga sulla passione prima dell’autore per gli scrittori e i poeti.
Ma come sempre, la bonomia nasconde una propensione per la parte armata della storia, tant’è che Gianni coltivava un amore smodato per il brigantaggio postunitario, per il momento in cui il popolo tradito nelle attese si era ribellato. Ne sono testimonianza i volumi curati per Lorenzo Capone e distribuiti da alcuni quotidiani del Sud tra cui «La Gazzetta del Mezzogiorno». Ne è testimonianza l’ultimo suo romanzo, Il mistero del brigante, storia di un eroe per caso nell’età postunitaria. C’erano Sciascia e Salvemini in quella trama, oltre a reminiscenze di testi che il giornalista e scrittore di Fasano ha masticato per anni. Gianni sosteneva di aver avuto tra mano uno scartafaccio scritto di pugno da Cosmo Rivolta, il protagonista del racconto, un piccolo resoconto. Rivolta era l’icona dei tanti contadini che si erano dati alla macchia e che avevano combattuto all’indomani della conquista del Sud, nella speranza della terra, ma invece di uccidere era rimasto ucciso, anzi era stato tacitato, come Ninco Nanco, da esponenti di famiglie borboniche, perché non parlasse delle trame antisavoia da costoro messe in atto.
Con Gianni ebbi i primi approcci alla metà degli anni Settanta. Dirigeva insieme a Lino Angiuli per Nunzio Schena una collana di poesia, «Aggetti», nella quale trovavano asilo testi dialettali e in lingua. Fu lui a dare spazio alla raccolta di versi cegliesi A terra meje di Pietro Gatti. Allora lui dirigeva l’ufficio stampa della Regione Puglia,raccoglieva pazientemente le delibere, ne pubblicava degli estratti in quelle «Cronache della Regione Puglia» che fu continuata poi da Angelo Di Summa. Si era trasferito a Bari da Fasano, dove era nato nel 1936 ma non aveva mai perso i contatti col suo territorio dove tornava d’estate. Gli piaceva scrivere versi, affiancare al tarlo del giornalista attento alle cronache dell’emigrazione e del lavoro la narrativa e la saggistica storica. Come poeta, un poeta vicino all’impegno politico di Scotellaro e Vittore Fiore, amava anche la metafora barocca di Bodini, dal giovanile Quando c’era la luna buona (1969) a Ritrovarsi uomo (1975), una raccolta che Adolfo Grassi, altro amico della Valle d’Itria, aveva illustrato, a Per rispondere coi pugni e alle poesie dialettali di Pane y pemmedaure (1978).
Il narratore amava raccontare storie realistiche e di denuncia ambientate sul territorio. Tale è Il ragazzo di Melfi del 1971 e ancora di più Il mistero del brigante. Denuncia che diventa ammissione di sconforto quando Custodero, nel 1997, dopo una vita trascorsa all’ombra dell’Ente Regione raccoglie le proprie convinzioni ultime in un’analisi impietosa e lapidaria, Le regioni, un fallimento all’italiana.
Ho ricevuto questi giorni alcune copie di "eclissi", ci vedo dentro le mie radici e ... già la lettura di qualche pagina qua e là (bruttu viz- ca teng!!) ha cominciato a trasportarmi nella Ceglie della mia infanzia. Dedico con titubanza ma col cuore all'autore queste ...rime baciate a testimonianza della mia gratitudine.
Car- Piè car-
Cliss sobba cliss
Piè mà mis- crucifiss
Già ca prim- na durmev-
cu pc mi la fascev-
Mu pu l'amor di stu crist (di lu libr-)
fazz pur- li uecch- trist
Dat-ca s'à fatt- fridd
ji sto jesc all'ascapidd
Po cu a frev- vocà curcà
e tutt-u libr- m'agghji mangià
Mi scusino i miei compaesani per le inesattezze di alcun termini e per l'errato modo di scriverli, ho voluto provare a buttar giù i miei sentimenti così come li avrei espressi in lingua natia.
Mi rendo conto di assomigliare a quegli Italo-americani che a fatica ma con amore cercano durante le interviste, evitando il traduttore,di parlare in italiano,a voler dimostrare l'attaccamento alle proprie radici. Con affetto per tutti Zino Tamburrino.
Mo ci voleva proprio.... era tanto che la guru non ne tirava fuori uno!!!!
Visctùt' com' na riggìn'
e alla scasàt' com' nà jaddìn
ce iet?
Traduz.: Vestito come una regina
e scalzo come una gallina
Cos'è?
Il giorno della vigilia dell'Immacolata è nostra tradizione preparare le Pettole.
Siccome è tradizione anche della vigilia di Natale e molti non le sanno fare, ecco qui la ricetta totalmente in dialetto (eh eh eh!!!) accompagnata dalle foto!!!!
Cè ngì vòl': mienzu chil' di farin' - trecientcinquant' cl di iacqua càt - nu lievt' - nu pizzich' di sal' - vuegghij d'alije - dò coppe - na cacciapesc' - zzucchr' - mèl - - ci li vuè chiù modd', na patàn' .
(Ingredienti: mezzo chilo di farina - 350 cl di acqua calda - un lievito - un pizzico di sale - olio d'oliva - due coppe - una schiumaiola - zucchero - miele - se si preferiscono più soffici, aggiungere una patata.)
Com si fàscin':
(Preparazione:)
Pigghij na copp' e mitt aijnd' a farin
(Prendi una coppa e mettici dentro la farina)
Mièn nu pizzch' di sal'
(Aggiungi un pizzico di sale)
Sciùngij u lievit'
(aggiungi il lievito)
Vàch' l'acqua càt a picch' a picch'
(unisci l'acqua calda poco alla volta)
A ci vòl' a piacer' pò mett' pur na patana bollit', scurciàt' e cazzàt accussì vènin' chiù modd'.
(A piacere si può aggiungere una patata bollita, sbucciata e ridotta in purea per avere delle pettole più soffici)
Truèmb' a past'...
(Impasta)
...fin a quann' na divent' bella liscia liscj e bella modda modd'
(fino a che non prende una consistenza omogenea e molto morbida)
Mittitla a cresc' o cat'.
(Mettetela a lievitare al caldo)
La nonna consiglia: ci la gghiudìt' ind à na bbust di plastich' pulit', a past' cresc' prim'!
(La nonna consiglia: se mettete la coppa in una busta di plastica pulita, l'impasto lievita prima!)
Abbugghiucatla bbona bbon' ind'à na manta pisant' e lassatla ripusà pur dò iòr'.
(Avvolgete la coppa in una coperta pesante e lasciatela riposare per un paio d'ore.)
Quann' pàr a vù iassitla da sott' a mant' e vidit' com'è crisciùt!!! Tant ca iet, ca s'à ttaccat alla bbust'!
(Tirate fuori la coppa dalla coperta e vedete com'è lievitata!!! E' così tanta che si è incollata alla busta!)
Iassitla da ind' a bbust'.... mamma meij quanta past! Accuà stòn pettl' pì desc' cristiàn!!! (nonna ndr)
(Tiratela fuori dalla busta..... mamma mia quanto impasto! Qui ci sono pettole per dieci persone!!!)
Mittìt u vuegghij sobb' ù fuèch'....ma mi raccomand'.... vuegghij d'alij, eh?!
(Mettete l'olio a riscaldare.... ma mi raccomando..... olio d'oliva, eh?!)
Priparàtv nu cupputiddùzz' cu nu picca d'acqu' aijnd' e na cucchiarìn'.
(Preparatevi una coppetta con un pò d'acqua ed un cucchiaio)
A part mittìt trè quatt' sirviett' di cart ind' à nata copp' e pigghiàt' a cacciapesc'.
(A parte preparate una coppa con tre o quattro tovaglioli di carta e la schiumarola)
Quann' u vuegghij è fatt' abbagnatv' na màn cu l' acqu' di lu cupputiedd'...
(Quando l'olio sarà arrivato a temperatura, bagnatevi una mano con l'acqua della coppetta....)
...e pigghiàt' nu picch' di pàst. Vutatla e ggiratla ind alla màn cu la cucchiarìn' fin a quann' na fasc' na paddòtt'... (abbadàt' ca anzecch' bbrutt!!!)
(...e prendete un po di impasto. Rigiratelo in mano col cucchiaio finchè non diventa una pallina... (fate attenzione che l'impasto si appiccica!!!))
...e minàtla ind' allu vuegghij càt.
(...ed immergetela nell'olio caldo)
Fascìtn almèn na discìn', in bàs a quant'è grann' a padell'.
(Fatene almeno una diecina, in base alla grandezza della pentola.)
Abbadat', nà li fascìt' anziccà iùn cù ll'at!!!
(Attenti a non farle attaccare l'una con l'altra!!!)
Agni tant' aggiràtl' e lassatl' còsc' fin a quann na rrosolesc'n.
(Rigiratele di tanto in tanto e lasciatele cuocere fino a raggiunta doratura.)
Quann on cuètt', pigghiàt a cacciapesc', sculatl' bbuen' e iassitl' da ind ò vuegghij.
(A cottura ultimata prendete la schiumarola e tirateli fuori dall'olio)
Consiglio della nonna: A coppa muscit' lavatla ambrìm' ca pò ci ntòst' è trist' a vinella!!!
(Consiglio della nonna: la coppa sporca è bene lavarla quanto prima )
Ed ecco a voi na bella copp' di pettl!!!!
(Ed ecco a voi una bella coppa di pettole!!!!)
A cì li piasc', si pòn mangià ind à dò manèr':
(A chi piacciono, si possono mangiare in due modi:)
Anzuccaràt'
(Con lo zucchero)
....o cu lu mèl'
(...o con il miele)
Bbon' appitit' a tutt'!!!!
(Buon appetito a tutti!!!)
....ne tira fuori una delle sue....
Per esempio questa canzoncina rimata:
Michelu Michèl'
port' li sciurgij alla migghijèr'
la migghijèr' si li mangij
e Michèl' si mett' à chiangij!!!!
(Michele Michele
porta topi alla moglie
la moglie li mangia
e michele si mette a piangere)
Mi rendo conto che non ha senso.... ma credetemi, è uno spasso sentirla cantata!!!
lu Natali ti tant’anni fa
quann’ermu tutti piccinni ‘nnucienti
e ti malizia ni sapemmu picca e nienti.
Lu Natali, a quiri tiempi ‘dà,
era nu tiempu ti felicità,
si faceva lu presepiu ‘ntra ogni casa
cu do’ cippuni farina e cartapesta,
na picuredda cu la jamma spizzata
cu tant’amore vineva riparata.
No si scittava niente, era piccatu
ci ‘nqualche pasturieddu era scittatu:
ci stava n’arulicchiu era ti pinu
pigghjatu alla pineta ti Ciminu
o a quera ti Faggianu, chju vicinu,
e l’erba fresca, di muschio già fioritu,
tuttu trapuntatu ti belle margherite.
Alla visciglia ti l’Ammaculata
totta la famiglia era mubilitata,
a ci ti tava na centra, a ci la colla
a ci circava nu stuezzu ti spicchiettu
cu pareva veramente nu laghettu.
Cu tant’amore si faceva la capanna
cu San Giseppu, Gesù Cristu e la sua mamma,
e sobbra na strata ti farina ti cappellu,
li tre Re Maggi sobbra lu cammellu.
Pi li piccini era festa granne
girare ‘nturnu ‘nturnu allu mamminu,
e puru li vjecchi, cu li manti ‘ncueddu,
s’innammuravunu ti lu mamminieddu.
Do’ taradduzzi e quattru mandarini
‘nqualche mènnela e do’ fichi ‘ccucchiati
erunu cosi veramente prelibbati.
No ni stavunu, a quiri tiempi, panettoni
tantu reclamati alla televisioni.
Lu Natali ti nna vota era bellu veramente
sapeva cancia’ lu core ti la gente,
li granni, li piccinni e tutti quanti
ni sintemmu ‘ntra lu core ca ermu santi.
Iu pensu sempre, cu tanta nustalgia,
allu Natali ti l’infanzia mia,
li carni ni sintemmu rizzicari
ci vitemmu doi tre zampugnari
ca sunavunu cu tant’armunia
li pasturali ti la terra mia.
quiri pèttili sapuriti e quiru vinu,
quiri messi matinati e la novena
e quera chiesa ca era chjena chjena.
Ci stava fodda, stava Giuvanni lu sacristanu
ca ti ‘spittava cu la seggia ‘mmanu
però vuleva in cambiu deci liri,
ma no faceva nienti, almenu ti ‘ssittivi.
Mo stonu li ricali assai custusi
passa lu tiempu e passunu li usi,
sintiti a me, ci si lu po’ scurda’
lu Natali ti tant’anni fa!
Il NATALE DI UNA VOLTA
Chi può dimenticare
il Natale di tanti anni fa
quando eravamo tutti bambini innocenti
e di malizia ne sapevamo poco o niente.
Il Natale , a quei tempi,
era un tempo di felicità,
si faceva il presepe in ogni casa
con due ceppi,farina e cartapesta,
una pecorella con la gamba spezzata
con tanto amore si riparava.
Non si buttava niente, era peccato
se qualche pastorello era buttato:
se c’era un ramo d’albero
era di pino raccolto nella pineta di Cimino (località in periferia di Taranto)
o in quella di Faggiano, che era più vicino.
e l’erba fresca di muschio fiorito
tutto trapuntato di belle margherite.
Alla vigilia dell’Immacolata
tutta la famiglia era mobilitata,
chi ti dava un chiodo, chi la colla,
chi cercava un pezzo di specchietto
che sembrasse veramente un bel laghetto.
Con tanto amore si faceva la capanna
con San Giuseppe, Gesù Cristo e la sua mamma.
e sopra una strada di farina di cappellu (qualità di grano duro)
i Re Magi sopra il cammello.
Per i piccoli era festa grande
girare intorno al Bambino
e pure i vecchi con le coperte addosso
si innamoravano del Bambinello.
Due tarallucci e qualche mandarino
qualche mandorla e due fichi accoppiati
erano cose veramente prelibate.
Non c’erano allora i panettoni,
tanto reclamizzati dalla televisione.
Il Natale di una volta era bello veramente,
sapeva cambiare il cuore della gente,
i grandi , i piccoli e tutti quanti
sentivamo nel cuore d’essere santi.
Io penso sempre con tanta nostalgia
al Natale dell’infanzia mia,
ci veniva la pelle d’oca
se sentivamo suonare due o tre zampognari
le pastorali della nostra terra.
Ora vado cercando col lanternino
quelle frittelle saporite e quel vino,
quelle messe mattutine, e la novena,
e quella chiesa che era piena piena.
Se c’era folla, stava Giovanni il sagrestano
che ti aspettava con la sedia in mano,
però voleva in cambio dieci lire,
ma non faceva nulla, perché almeno
potevi sederti.
Ora ci sono i regali molto costosi,
passano i tempi e passano gli usi,
sentite a me, chi se lo potrà mai dimenticare
il Natale di tanti anni fa!